Siamo in Assobenefit: non semplici iscritti, ma ambasciatori di un sistema valoriale
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Cosa è successo alla VII Giornata Nazionale delle Società Benefit di Milano?
Il 23 aprile 2026, a Milano, presso lo spazio di Cariplo Factory, è accaduto qualcosa che, secondo me, va raccontato senza troppi giri di parole. Non solo una sala piena, una sala popolata da imprese, istituzioni, stakeholder, professionisti e persone che hanno capito una cosa semplice: il gioco si è fatto serio!
Tra queste imprese c’era anche Diecinodi Società Benefit proprietaria del brand Webeing®.
Voglio condividere con te lo spirito di questo incontro e il valore che puoi cogliere anche tu da questa realtà per la tua impresa.
In questo articolo:
Presenti alla VII Giornata Nazionale delle Società Benefit eravamo in molti, tutti attenti, attivi e coinvolti. Non numeri messi lì per fare volume, ma presenze vere, attente, coinvolte. Persone arrivate per ascoltare, confrontarsi, capire dove sta andando questo movimento che, dieci anni dopo l’entrata in vigore della Legge 208/2015, non può più essere considerato un “gruppetto”per aziende illuminate.
La giornata aveva un titolo preciso: Una missione da compiere. Non una missione da raccontare, ma da compiere. C’è una bella differenza.
Radici, prospettive, regole, territori. Queste sono state le parole che hanno guidato i lavori. Parole importanti, trattate con concretezza, con dati, con visione e consapevolezza crescente: essere Società Benefit oggi significa sradicare i modelli tradizionali di intendere e fare impresa. Un modello più completo e consapevole, più responsabile e trasparente
Un modello che guarda alle esternalità come fattori di influenza reale e spesso non correggibile.
La giornata si è intrecciata con un altro passaggio importante: l’Assemblea di Assobenefit e il consolidamento del percorso verso Assobenefit ETS.
Possiamo finalmente dirlo ufficialmente: siamo parte di un movimento che sta diventando adulto. E quando un movimento diventa adulto, non basta più dire “ci siamo”.
Bisogna iniziare a dire cosa vogliamo costruire… e farlo concretamente.
Perché Assobenefit ETS è un riferimento importante per le imprese con una missione?
Il passaggio di Assobenefit a Ente del Terzo Settore è un segnale forte.
Un’associazione giovane, nata per rappresentare e far crescere il modello delle Società Benefit in Italia, entra in una fase nuova con cui lancia un messaggio sul modello che vuole rappresentare ed i valori che vuole mettere in evidenza: interesse collettivo, beneficio comune, scopo sociale.
Le imprese con una missione - non solo titolo della Giornata, ma anche e soprattutto payoff del nuovo logo - non possono limitarsi a rivendicare un’identità. Devono dimostrare una capacità: generare valore economico e, insieme, valore sociale, ambientale, culturale, territoriale. Qui non stiamo parlando di fare impresa “con un po’ di attenzione in più”. Stiamo parlando di mettere dentro l’impresa una direzione diversa che è segnata bene dalla sigla ESG (Environmental, Social, Governance).
Una direzione che riguarda lo stile di fare impresa, le persone, le filiere, le comunità, la sostenibilità, la trasparenza, la misurazione dell’impatto. E questo passaggio di Assobenefit ETS, in un certo senso, dice proprio questo: il movimento benefit non è più nella fase in cui deve solo farsi conoscere. Ora deve consolidarsi, rappresentare, semplificare senza banalizzare, dare strumenti e aiutare le imprese a trasformare una visione in concretezza, in cultura aziendale, buone pratiche gestionali e valore misurabile.
Keep it simple, è stato detto. Giusto. Ma semplice non significa superficiale. Semplice significa comprensibile, applicabile, replicabile, scalabile. E per le imprese italiane, soprattutto per quelle dei nostri territori, questo è un punto decisivo.
Cosa significa davvero essere Società Benefit?
Essere Società Benefit non significa mettere una bella frase sul sito. Non significa aggiungere una pagina “sostenibilità” al profilo aziendale. Non significa fare comunicazione valoriale e poi continuare a gestire l’impresa come prima.
Una Società Benefit integra nel proprio statuto una o più finalità di beneficio comune, accanto agli obiettivi economici. Questo vuol dire che il beneficio comune non resta un’intenzione: diventa parte dell’oggetto sociale. E quando una promessa entra nello statuto, cambia peso. Diventa impegno. Diventa responsabilità. Diventa anche un criterio con cui l’impresa può essere osservata, valutata, misurata.
Il beneficio comune può riguardare le persone, il territorio, l’ambiente, la comunità, gli stakeholder, le filiere. Può toccare le risorse umane, le partnership, l’innovazione, la sostenibilità, la governance. Ma il punto è sempre lo stesso: l’impresa accetta di bilanciare l’interesse dei soci con le finalità di beneficio comune che ha scelto di perseguire.
Non è poco. Anzi. È una promessa di valore che richiede metodo, coerenza, misurazione e il coraggio di dire non solo cosa vogliamo fare, ma anche cosa siamo riusciti davvero a generare. Non è un’etichetta da mettere sul sito. È una promessa scritta nello statuto. E le promesse, se sono serie, poi vanno mantenute.
Perché diventare Società Benefit non è buonismo ma una scelta di business?
Qui bisogna essere molto chiari. Diventare Società Benefit non è una scelta decorativa. Non è un modo elegante per sembrare migliori. Non è “facciamo anche noi qualcosa di sostenibile perché ormai lo fanno tutti”. Anche perché non lo fanno tutti.
Il mercato non fa sconti. E forse è giusto così. Le parole vuote durano poco, i modelli seri restano.
Una Società Benefit è chiamata a costruire una governance più chiara, una relazione più trasparente con gli stakeholder, una maggiore attenzione alle ricadute delle proprie decisioni. Deve guardare ai risultati economici, certo, ma anche alle conseguenze che genera. Questo non indebolisce l’impresa. La rafforza.
Un’impresa che sa dove vuole andare, che misura ciò che fa, che costruisce relazioni più solide con persone, territorio e filiere, è un’impresa meno fragile, più credibile, più attrattiva, più capace di stare sul mercato. Non si tratta di fare meno business. Si tratta di fare business meglio. Business fatto bene. Con più responsabilità, più visione, più metodo.
Oggi la competitività non passa solo dal prodotto, dal prezzo o dalla capacità commerciale. Passa anche dalla fiducia, dalla reputazione, dalla capacità di trattenere talenti, dalla solidità delle partnership, dalla qualità delle filiere, dalla coerenza tra quello che dici e quello che fai. E su questo, il modello benefit non è una cornice romantica. È uno strumento di governo dell’impresa.
Cosa dicono i dati della Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026?
La Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026 restituisce dati che meritano attenzione. Nel periodo 2022-2024, le Società Benefit hanno registrato una crescita del fatturato del +14,6%, contro il +5,3% delle imprese non benefit. Un dato che da solo non esaurisce il tema, certo,ma lo orienta. Perché ci dice che il modello benefit non è un freno alla crescita. Al contrario, può essere una leva per costruire imprese più strutturate, più innovative, più capaci di investire.
La ricerca evidenzia anche maggiori investimenti in innovazione, internazionalizzazione e sostenibilità. Tre dimensioni che oggi incidono direttamente sulla capacità di un’impresa di restare competitiva. Poi c’è il tema della redistribuzione del valore: i salari delle aziende benefit registrano circa 3.000 euro in più per addetto, in termini mediani, a sostegno del potere di acquisto delle famiglie. E ancora: tra il 2022 e il 2024, l’occupazione è cresciuta in più di 6 Società Benefit su 10, con un vantaggio di 15 punti percentuali rispetto alle non-benefit.
Anche la composizione dei board racconta qualcosa. Le Società Benefit con almeno un under 40 risultano più dinamiche, assumono di più e pagano meglio. In una su quattro, oltre la metà del board è composta da donne.
Questi numeri dicono una cosa molto concreta: il modello benefit, quando è preso sul serio, è un modo diverso di costruire crescita. Una crescita che non guarda solo al margine immediato, ma alla capacità dell’impresa di durare, attrarre, innovare, distribuire valore, generare fiducia. È qui che il tema diventa business. Ed è qui che il “buonismo” resta fuori dalla porta.
Il modello benefit, distretti, filiere e PMI: come può nascere uno sviluppo territoriale che attrae e trattiene talenti?
Uno dei temi che mi ha incuriosito e proiettato nel futuro prossimo con più forza è quello dei distretti benefit e delle filiere benefit. Perché possiamo raccontarcela in molti modi, ma il punto è questo: la singola azienda può essere virtuosa, può lavorare bene, può avere una missione chiara, può generare impatto. Ma da sola resta limitata. Da soli possiamo anche essere bravissimi. Ma restiamo isole. Felici, magari. Ma isole.
Il salto avviene quando imprese, istituzioni, pubbliche amministrazioni, comunità, terzo settore iniziano a muoversi insieme. Quando il beneficio comune non resta confinato nel perimetro di un singolo statuto, ma diventa una traiettoria condivisa di sviluppo territoriale. E qui entra l’Italia vera: quella delle PMI, delle microimprese, dei territori produttivi, delle aziende familiari, delle filiere manifatturiere, agricole, turistiche, artigianali, culturali e di servizio.
Il modello benefit non può restare una cosa da grandi imprese già strutturate, già organizzate, già visibili. Deve diventare cultura operativa anche nei territori dove l’impresa è spesso piccola, ma il lavoro è enorme. Non serve essere giganti per avere una missione. Serve prenderla sul serio.
E prenderla sul serio significa chiedersi che cosa produce davvero la nostra impresa, oltre al fatturato. Produce competenze? Produce lavoro stabile? Produce fiducia? Produce relazioni? Produce valore per il territorio? Produce futuro per chi oggi ha vent’anni, e deve decidere se restare o andare via?
Perché il tema dei talenti passa anche da qui. Le persone non cercano solo un posto. Cercano un motivo per restare. E se un territorio non riesce a dare motivi, perde energie, competenze, visione. Perde giovani professionisti, manager, tecnici, imprenditori, persone che potrebbero costruire valore e che invece lo costruiscono altrove.
Un distretto benefit, una filiera benefit, una rete di PMI Società Benefit può diventare anche questo: un modo per dire che il territorio non è solo il luogo dove siamo nati o dove abbiamo aperto un’azienda. È il luogo in cui scegliamo di generare futuro. Con metodo. Con responsabilità. Con economia civile.
La nostra proposta: cosa possono fare il Piceno, le Marche, il Centro Italia per costruire una rete benefit territoriale?
Qui il discorso, per me, diventa ancora più concreto. Perché da Milano si torna sempre a casa. E casa, per noi, significa Marche. Un territorio plurale, pieno di differenze, competenze, energie, storie imprenditoriali, manifattura, agricoltura, turismo, servizi, cultura, comunità locali. Un territorio che ha molto da dire, ma che troppo spesso parla a voci separate.
E allora la proposta è semplice, ma non poco ambiziosa: costruire una rete benefit,un polo benefit territoriale capace di mettere insieme tutti gli attori e le realtà che vogliono portare il tema del beneficio comune all’interno dello sviluppo locale.
Il mio intervento in assemblea andava in questa direzione: portare la voce delle imprese benefit del Piceno, delle Marche, dell’Abruzzo e così via, in Assobenefit e, viceversa, condividere pratiche, cultura, visione di un movimento nazionale, con attori e soggetti locali.
Questo per me è il punto: non sentirsi più isole, non aspettare che il cambiamento arrivi da fuori, non pensare che questi temi siano troppo grandi per le nostre aziende. Sono grandi, certo. Ma riguardano anche noi. Forse soprattutto noi.
Perché nei territori più piccoli ogni scelta pesa di più. Ogni impresa ha un impatto più visibile. Ogni collaborazione può generare effetti concreti. Ogni assenza si sente. E allora sì, il modello benefit può diventare una leva per Piceno, Marche, e Abruzzo. Ma solo se smettiamo di trattarlo come un’etichetta e iniziamo a usarlo come una piattaforma di sviluppo territoriale.
Cosa significa essere ambasciatori di un’economia di pace?
Vuol dire portare questi temi nelle imprese, nelle associazioni, nei tavoli istituzionali, nelle filiere, nei territori. Vuol dire spiegare che il beneficio comune non è una concessione romantica, ma una responsabilità organizzata. Vuol dire aiutare le aziende a capire che sostenibilità, governance, persone, impatto, dati, stakeholder e territorio non sono capitoli separati. Sono la stessa partita.
Una chiamata alle armi, sì. Ma con giacca e cravatta!
E qui entra un’espressione che mi porto dietro con fierezza: economia di pace.
Che non significa un’economia ingenua, lenta o disposta a rinunciare alla crescita. Significa un’economia che non lascia deserti alle spalle. Deserti sociali. Deserti ambientali. Deserti territoriali. Deserti culturali.
Noi siamo in Assobenefit ETS. Ci crediamo.
Ci muove la convinzione che sia il momento di dare impulso a un nuovo modo di fare impresa, soprattutto nei territori dove questo modello è ancora poco presente, poco conosciuto, poco praticato. Non per moda. Non per comunicazione. Non per stare dalla parte giusta della frase. Ma perché oggi “impresa” significa questo: generare valore, misurarlo, condividerlo, renderlo utile alle imprese, alle persone, ai territori, alle comunità.
Se sei nelle Marche, nel Piceno o in Abruzzo e vuoi smettere di sentirti un’isola, parliamone. È tempo di fare massa critica.
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